Genuino, onesto e al servizio della consolle. Ralf, lo "Zio" d'Italia.

Di lavoro, io sono uno che si occupa di musica. Semplicemente questo”. Ritrovarsi a parlare con Ralf è un’esperienza molto bella. Molto salutare. E per “parlare”, occhio, non intendiamo le chiacchiere volanti scambiate in consolle, o quei pochi secondi rubati di saluti e conversazioni urlate in mezzo alla folla una volta finita la serata. No. Ci sono anche quelle, chiaro. Perché c’è l’immenso carisma di Ralf, un carisma che gli sta consentendo una durata nel tempo assolutamente incredibile: ai massimi livelli fin dagli anni ’80, ai massimi livelli ancora oggi, caso più unico che raro; e senza mai vivere di glorie passate e di “omaggi al maestro”, ma risultando sempre uno dei draghi del qui&ora capace di essere un eroe anche e soprattutto per un ventenne – perché parla la sua lingua, musicalmente parlando – così come per un trentenne, un quarantenne, perché chi ama Ralf non lo abbandona mai. Anche perché non ci sono motivi per abbandonarlo. Quando suona, si dà tutto. Appunto, allora: c’è questo Ralf, l’eroe del clubbing nazionale (e con anche un CV bello spesso per quanto riguarda l’estero, Ibiza in primis), lo “Zio” come invocato dappertutto quando entra in un locale per apprestarsi a salire in consolle; questo è un Ralf che conoscono in tanti, che vedono tutti, e che comunque è una risorsa preziosa per la musica e per la club culture di casa nostra, perché è un’esplosione di passione e vitalità che pochi altri riescono a far detonare. Un’esplosione “orizzontale”, perché coinvolge un pubblico ampio, vario. Qualcuno dice: “un pubblico dozzinale”. Se glielo fai notare, a Ralf, ecco, inizi a “parlarci”. Inizi a scoprire la sua visione, il suo solido senso di realtà, la sua umanità, il suo essere una persona coi piedi per terra.

C’è un certo pubblico che ha una vita normale, lavora durante la settimana, quando può va a fare shopping, il sabato si veste bene per andare a ballare. Non si interessa tanto alle sottigliezze tecniche che può mettere in campo un dj, alla ricercatezza della selezione: vuole sentire cose che lo spingano a ballare, che lo faccia stare bene. Bene: io questo tipo di pubblico non lo demonizzo. Anzi. E’ giusto che ci sia. E’ utile. E’ terapeutico. Non può esserci davanti a te solo il pubblico degli intenditori. Devi sapere parlare a tutti. Anzi: hai la responsabilità di parlare a tutti. E’ una responsabilità importante, difficile. Un dj è uno che ha davanti un tot di persone, e quelle persone deve farle ballare. E’ questo il suo compito. Non deve anteporre il suo ego. Non è che devo stare a spiegare quanta musica conosco, quanto musica ho ascoltato; potrei mettermici, eh!, ma quando vedo fare queste cose da altri mi irrito, mi danno fastidio le “battaglie di fioretto” in cui pare si faccia a gara a chi fa la citazione più colta. Io non voglio sfoggiare nulla. Io voglio far star bene la gente. Sono lì per questo. E lo sono senza mai e dico mai mettere cose che mi fanno schifo: non faccio la puttana! Mi prendo la responsabilità assoluta dal primo all’ultimo disco che ho messo finora in carriera! Mai messo musica in cui non credevo. Però comunque devi mettere da parte il tuo ego, quando fai il dj, e concentrarti prima di tutto sul fatto che la cosa funzioni, che la gente di fronte a te stia ballando. Io ho sempre cercato di evitare di essere il dj altezzoso che se ne sbatte il cazzo della gente che ha davanti perché si sente culturalmente superiore. Io posso fare quello che voglio, anzi, devo fare quello che voglio; ma nel farlo bisogna sempre ricordarsi che noi siamo dove stiamo perché dobbiamo far stare bene le persone di fronte a noi. Tutte le persone. Questo è il nostro lavoro”.

Questo non significa che a Ralf non interessi il discorso culturale, il diffondere conoscenza e consapevolezza. Anzi. A conoscerlo, questo per lui è un bastardissimo fuoco inestinguibile, un’esigenza continua, qualcosa che ricorre in tutti i discorsi che si possono fare con lui quando si sta lontani dai club. Cultura, e buon vivere. Ancora oggi, Ralf è una persona di una curiosità e di una passione insaziabile nella musica, nella politica, nelle questioni sociali, nei cibi di qualità e a chilometro zero. Per lui sono questioni fondamentali. Stiamo alla musica, per dire: ok, non antepone il suo ego, non fa gara a chi mette la citazione più colta, vero, ma proprio i suoi set sono in realtà pienissimi di scelte e di citazioni non convenzionali. Ad esempio uno dei suoi grandi classici è infilare, su un tappeto rude e robusto in quattro, degli speech di Linton Kwesi Johnson. “Io tendo a credere che la conoscenza e la consapevolezza siano comunque molto più diffuse di quanto si possa credere e raccontare in giro. Io sono ottimista nei confronti dell’intelligenza delle persone. Voglio esserlo. Perché sennò, se uno basa il suo cammino in qualsiasi disciplina sia di sua pertinenza partendo dal fatto che la gente non capisce un cazzo di quello che fai, allora il cammino tanto vale non iniziarlo, no? E poi, in ogni caso c’è il potere magico della musica. L’emozione di una frase o di un suono di enorme spessore artistico è qualcosa che ti colpisce nel profondo, anche se non sai bene da dove quella frase o quel suono arrivino”.

Ecco. Il potere magico della musica. Ralf ci si affida quando fa il dj in una serata “normale” (perché i suoi set sono fatti sempre a strappi, sorprese, lunghe cavalcate spezzate all’improvviso, dove anche gli errori e le imprecisioni sono funzionali a un disegno complessivo, a un’emozione, a far capire che anche la musica da dancefloor è una materia “viva”, umana, sfidante, non un compitino da svolgere precisi precisi con Ableton Live). Ci si affida quando crea qualcosa di suo, come Bellaciao, la serata ormai storica che porta avanti nella “sua” Perugia la domenica sera, un fenomeno più unico che raro (“Ma è sempre stata una mia caratteristica creare serate mie. Fin dall’inizio. Da quando volevo mettere insieme le Sister Sledge e poi Genesis P. Orridge, gli A Certain Ratio con Barry White, i Clash con Grandmaster Flash e i Furious 5. Mi prendevano per pazzo, perché negli anni ’80 una cosa era la musica, era la discoteca. A me questo modo di pensare era insopportabile. E mi sono creato una serata per portare avanti la visione che avevo io”). Ci si affida quando si lancia in avventura artistiche molto alte, come R.Ha.R.F., il “progetto aperto” dove ha coinvolto negli anni musicisti eccezionali come Enrico Rava (la leggenda della tromba jazz italiana), Gianluca Petrella (uno dei trombonisti più stimati al mondo), Giovanni Guidi (talento emergente del pianismo jazz a livello europeo), Leonardo Ramadori (uno dei più importanti percussionisti in Italia nella sfera della classica contemporanea), un’avventura pronta a dare ancora molti sviluppi e sorprese e che intanto già ha regalato alcuni live assolutamente eccezionali.

Di lavoro io sono uno che si occupa di musica, semplicemente questo”. Ma in realtà gente che se la tira molto di più e si dà patenti di grande dj, grande musicista, grande opinion leader in campo musicale, grande uomo di successo, ha un decimo del carisma di Ralf come dj, un decimo della sua musicalità, un decimo della sua conoscenza culturale della musica, un decimo del suo successo e della sua fanbase (fedelissima, trasversale ed intergenerazionale). Ralf è un caso più unico che raro: in mezzo a tutta la retorica sullo “Zio”, in mezzo alla gente che sfrutta l’appuntamento con un suo dj set solo per farsi una serata d’arrembaggio (ma come si diceva, ci sta pure quello), in mezzo ai labirinti dello strisciante, inevitabile snobismo di chi ancora considera la musica da ballo come un’arte di serie B da un lato e dell’altro di chi invece la vorrebbe solo una alta esperienza intellettuale, Ralf si pone con una semplicità, con un buon senso, con una schietta onestà e con una rabdomantica sensibilità per le emozioni altrui che sono davvero incredibili. E preziosissime.

Lunga vita a Ralf (a proposito: il 20 settembre 2017 compie sessant’anni: auguri!), lunga vita ad Antonio Ferrari. Lunga vita a chi sa vivere con genuinità e passione il proprio talento naturale, senza farne calcolo, senza farne routine. Andando alla ricerca, sempre, comunque e prima di tutto, del fattore umano.