Quella di Moodymann, parliamoci chiaro, è la tipica storia di un testa di cazzo. Volendo fare un parallelismo sportivo, magari un pelo forzato visto che con la musica non si dovrebbe parlare mai e poi mai di vincitori e vinti, Moodymann sta alla musica come José Mourinho sta al calcio: è bravo, pragmatico, ma terribilmente antipatico. Con un carattere talmente spigoloso che pure quando ti porge un bicchiere per uno shot di vodka – pratica diventata vero e proprio marchio di fabbrica dopo le reazioni al video che lo vedeva protagonista del brindisi collettivo con la prima linea del Greenhouse Stage al Dekmantel 2016 – alla fine lo fa senza guardarti, in modo meccanico e distante.

Ehi, io sono Kenny Dixon Jr e non me ne frega nulla di chi siete voi e da dove venite”, pare dire.

Insomma uno stronzo, né più né meno di Omar-S, un altro in grado di far marciare di pari passo la qualità della propria musica con le gomitate mediatiche che l’hanno visto protagonista, quando s’è degnato di prendere la parola. Deve essere l’aria che si respira nel distretto house di Detroit, non c’è altra spiegazione, perché se è vero che due indizi sono una coincidenza e tre fanno una prova, come sosteneva Agatha Christie, allora qui il mosaico è fatto e finito: pure Theo Parrish non è un mostro di simpatia, sempre che tu non sia riuscito a passare il suo test su quanto ne sai di musica.

Essere come José Mourinho, però, ha pure i suoi vantaggi. Per esempio vivi la tua vita – e quindi le tue sfide artistiche – sentendo di avere la verità in tasca, forte di convinzioni che solo oggi, a quasi venticinque anni dal disco d’esordio, possono dirsi vincenti. Quella di Moodymann è la declinazione più sporca, sudata e ruvida dell’house music; una sorta di compromesso – guai a dirglielo, però! – tra la solarità dei newyorkesi Masters At Work e Mood II Swing e l’impeto violento della techno della Motor City. Moodymann produce musica che definiremmo “sostanziosa” e istintiva, certamente poco incline all’autocritica. “Sono stanco di quei motherfuckers che sostengono che l’80% della musica di Detroit non è buon materiale”, parole sue. Il suo istinto e il suo talento, quindi, avevano fiutato il suono giusto, trasformandolo in un marchio di fabbrica indelebile e immortale.

Messa giù in questo modo, Moodymann sembrerebbe essere uno di quegli artisti che amano fare proclami ed esporsi, prendendosi costantemente dei rischi dialettici. Testa alta, petto in fuori e frasi tronfie.
Nulla di più sbagliato, Kenny Dixon Jr non è Mike Banks o uno qualsiasi degli altri membri degli Underground Resistance: poche, misurate parole giusto per rimarcare che da dove viene lui, Detroit, la musica è una faccenda seria con cui non si scherza. Essere compiacenti e accomodanti con chi ne acclama la visione e il talento, poi, non è un’opzione. Insomma, Moodymann è uno dei primissimi casi di artista a giocare con la propria identità, centellinando le informazioni e preferendo al viso scoperto una rete nera sul viso a mo’ di rapinatore di provincia durante le sue esibizioni. Fosse oggi all’esordio, Burial approverebbe certamente.
Conoscendo negli anni un numero sempre maggiore di artisti afro-americani della vecchia guardia, non importa se della scuola house o techno, ho capito che non ci sono grossi trucchi dietro quest’atteggiamento. Il sembrare costantemente arrabbiati – o quantomeno contrariati rispetto al clubbing del Vecchio Continente – fa parte di un modus vivendi che fareste meglio a rinunciare di capire perché, è evidentemente, da esso pare essere impossibile prescindere se si vuole riversare nella propria musica tanta passione. Fatevi bastare questa motivazione.

È proprio la passione, da cui deriva e fiorisce un’identità incredibilmente solida e coerente, la vera discriminante nella musica di Moodymann perché, a conti fatti, il suo è un suono semplice, figlio di una scrittura tutt’altro che ricercata. Loop si sommano ad altri loop che a loro volta incontrano campioni e field recording assolutamente originali: è Detroit che respira dentro i suoi brani e che vi poggia un strato pesante di polvere e sporcizia. A differenza di tanti altri illustri concittadini, come ad esempio Jeff Mills o Robert Hood, la sua musica non è però impregnata di quel pessimismo che ne caratterizza la visione e che ne condiziona l’animo, piuttosto cerca di fotografare la semplicità e l’istintività di una vita quotidiana fatta di disomogeneità, disorganizzazione e tanta, tanta fisicità e passione.
C’è l’odore acre del sudore, maglie sdrucite e jeans consumati nella sua musica, il tutto condito da una serie di citazioni che parlano meglio di una biografia. Se Moodymann è di poche parole, a raccontarci di Kenny Dixon Jr sono proprio i campioni a cui lui ricorre. Come avrà lui stesso modo di raccontare alla Red Bull Music Academy di Londra del 2010, a Moodymann non piace la “good music”, lui ascolta solamente la “real good music”. Così qui e lì fanno capolino nei suoi brani gli Chic, Prince, Curtis Mayfield, Quincy Jones e Marvin Gaye, praticamente il gotha della black music americana. E noi felicissimi: in fondo chi non s’è lasciato andare sulle note di “I Can’t Kick This Feeling When It Hits”, il cui titolo è pescato senza vergogna da “I Want Your Love” di Nile Rodgers e soci?

Quando coi primi anni del nuovo secolo il mondo s’accorge di Moodymann, l’americano capisce diverse cose, tutte legate all’Europa. Innanzitutto se è divertente prendersi gioco di chi l’ascolta, lo è ancor di più se quello provocato è quel pubblico lì; quello che gli perdona – e celebra come intramontabili classici – dischi sfrontati come “Shades Of Jae”, uno dei 12” più irriverenti mai prodotti da un artista house americano. In Europa, poi, girano i soldi veri, quelli in grado di cambiargli la vita e la prospettiva della sua carriera, e non importa se il prezzo da pagare è uno shot con quei quattro scalmanati che di musica nera e delle sue radici non sanno probabilmente un cazzo, ma che sono ben contenti di spendere bei soldi per sentirti mettere i dischi.

Tra il 2000 e il 2004 Peacefrog Records, che ha già in catalogo Luke Slater, Daniel Bell (come DBX), Paul Johnson e Glenn Underground, riprende il discorso avviato nel 1998 con “Just Anotha Black Sunday Morning With Grandma” e pubblica cinque raccolte più altrettanti EP: Moodymann è entrato nel circuito europeo dalla porta principale e da quel momento in avanti né i suoi dischi né i suoi dj set ne usciranno più. Sin dal primo momento, il pubblico non ha smesso di adorare tanto le sue selezioni assolutamente imprevedibili, che tagliano trasversalmente disco, funk, hip hop, house e Beatles (la loro “Come Together” è stata rispolverata recentemente a più riprese, Field Day compreso), quanto la sua musica. Dischi usciti in modo caotico, è vero, spesso presentando ristampe con B-side diversi da quelli già pubblicati in passato, ma comunque sfacciatamente genuini e pervasi da un’anima assolutamente che ha fatto da guida a migliaia di dj (aspiranti e non) e appassionati di mezzo pianeta.

Chi se ne frega se il suo primissimo disco non è stato davvero prodotto e registrato in due ore dentro un negozio di chitarre nel 1992, o se tutte le leggende che lui stesso ha alimentato – senza mai tentare una bozza di smentita, è chiaro – sono più che altro figlie di quel processo di mitizzazione che chi ama la musica ha imparato a conoscere da tempo. Noi continueremo a seguire Moodymann con la curiosità che solo i grandi artisti meritano, anche se tante delle nostre domande non avranno mai le risposte che cercano o se la sua faccia da stronzo vincente continuerà a sorriderci beffarda dietro quella maledetta rete nera.

Come together, right now. Over me!