Jazz:Re:Found 2019 (e il suo spirito) raccontati in prima persona da Denis Longhi, il direttore artistico.

Questa edizione di Jazz:Re:Found è una sorta di 3.0”: una delle cose belle di Denis Longhi, il direttore artistico e primo motore dietro al festival piemontese, è la pacatezza con cui porta avanti una visione che, di suo, è molto attenta ad essere sia originale che sincronizzata coi tempi, sempre con un occhio all’obbligo di restare “autentici”. Altri potrebbero usare questi richiami al “3.0” come una clava per mostrarsi fumosamente iper-aggiornati, il discorso di Longhi è invece molto pratico, molto concreto: “Si potrebbe vedere il festival come un qualcosa che va a cicli. C’è stato il primo ciclo, i primi cinque anni a Vercelli, col festival d’estate e all’aperto, in luoghi urbani della città da riqualificare; c’è stata la versione 2.0, col trasferimento a Torino, d’inverno, andando a “sfidare” la grande città e vedere l’effetto – che è stato sicuramente superiore ad ogni aspettativa. Ora, passati altri cinque anni, arriviamo ad un terzo ciclo, il 3.0. Come mai? Forse perché in quella di Torino, che è stata una bellissima sfida e ha avuto appunto un gran riscontro, l’identità originaria del festival era un po’ troppo “compressa”, col fatto di ricorrere a venue al chiuso, abbastanza tradizionali, per forza di cose. Ora, col trasferimento in Monferrato, abbracciamo come non mai gli spazi aperti, e un rapporto speciale con posti speciali (tra l’altro, ricordiamo che proprio quest’anno cade il quinto anniversario dell’iscrizione a patrimonio Unesco dei luoghi in cui andremo a svolgere il festival”.

Magari non tutti sanno che Jazz:Re:Found nasce proprio così, come un “the great escape” dalla civiltà per andare in luoghi idilliaci: Moleto e il Monferrato sono stati una delle scintille originarie “ideali” dietro all’idea del festival, anche se poi si è sviluppato nelle città. In più, mai come quest’anno possiamo porre l’accento sul tema della sostenibilità: sostenibilità intesa come simbiosi col territorio, come sinergia tra contenuto e bellezza della location, senza dover per forza puntare tutto sulla spettacolarizzazione e commerciabilità dei nomi in line up per catturare l’attenzione e, soprattutto, offrire un’esperienza intensa a chi ci dà fiducia. Credo sia questo il futuro dei festival, almeno qui in Italia, visto che per vari motivi non possiamo – e probabilmente nemmeno vogliamo, giustamente – andare ad inseguire altri modelli, più legati alla potenza di fuoco economica e produttiva. In Italia abbiamo delle specificità particolari, un territorio meraviglioso, ed è giusto valorizzare tutto questo. Con saggezza e senso della misura”.

Il senso della misura e le saggezza emergono anche quando il discorso si sposta sulla line up, storicamente legata all’intersezione tra jazz, soul, club culture e hip hop (in primis tra i filoni americani ed anglosassoni) e che quest’anno piazza delle sorprese non da poco: “Con gli anni, siamo diventati più “grandi”: niente più ansie da talebani, niente più ricerca ossessiva di una nicchia, più voglia di confrontarsi e coinvolgere il territorio con delle proposte che possano essere interessanti non solo per una cerchia ben definita e circoscritta di appassionati. Insomma, ci siamo “aperti”; naturalmente, abbiamo provato a farlo con stile, senza cioè rinunciare alla nostra identità. C’è una cosa molto importante da dire, e rientra nel concetto di sostenibilità di cui parlavo prima: quest’anno abbiamo deciso di mettere una specie di salary cap, un tetto massimo per il cachet degli artisti. Una regola che ci siamo autoimposti anche per essere sicuri di non cadere ai ricatti del mercato: ora che i festival sono diventati un grossissimo business, come mai in passato, spesso le agenzie che rappresentano gli artisti – forti di questa posizione di forza – fanno impennare i prezzi in maniera che credo sia qualche volta eccessiva”. C’è stato quindi qualcuno, fra gli artisti individuati per partecipare all’edizione 2019, che ha avuto richieste superiori al tetto che vi eravate imposti? “Sì. E la risposta è stata “Ok, no grazie, magari se ne riparla l’anno prossimo, nulla di personale”. Assolutamente senza rancore. È giusto che ognuno faccia quello che trova più sensato e conveniente. La nostra sfida è pensare che sia possibile fare un festival interessante e rilevante anche senza per forza doversi impiccare ad aste per ottenere i nomi del momento”.

C’è una caratteristica molto speciale, e molto particolare, nel Jazz:Re:Found di quest’anno. “Spesso ci hanno accusato di essere troppo esterofili, di chiamare quasi solo nomi stranieri, di puntare soprattutto su quelli: quest’anno, ma è stato un esito naturale e non forzato, alla fine l’80% dei nomi in cartellone è italiano. Ci sono i nomi storici: Area, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, c’è Dj Ralf, c’è l’accoppiata Dj Gruff – Gianluca Petrella, ci sono dei giganti dell’hip hop italiano da vent’anni come il Colle Der Fomento. Ma ci sono anche molte nuove proposte, nomi non scontati, che hanno il grande merito di lavorare parecchio sul territorio, nella quotidianità e non solo quando c’è di mezzo un grande appuntamento, per diffondere un certo tipo di discorso musicale uscendo dalle logiche più facili e più commerciali”.

L’ultima parte di chiacchierata arriva a planare proprio sul discorso musicale. Quest’anno molto particolare. “È una line up per certi versi molto più “bianca” rispetto al nostro solito: c’è molto progressive, molta psichedelia anche e post psichedelia, vedi ad esempio I Hate My Village – tanto per citare un altro act italiano importantissimo in cartellone. La nostra impressione è che comunque quello di un’attitudine prog (attitudine appunto, prima ancora che riedizione di quel suono) sia un trend che nel prossimo futuro si affermerà con forza… e noi cerchiamo sempre, per quanto possibile, di capire quali saranno gli alfabeti forti del futuro, anticipando un po’ i tempi. È una cosa che riguarda anche la musica black che più ci è vicina: esempio perfetto quello di The Comet Is Coming, che abbiamo chiamato qualche settimana fa per una preview milanese del festival e che hanno fatto un concerto assolutamente strepitoso, tra l’altro con la venue sold out. Loro immettono nel jazz, e in generale nelle declinazioni black della musica, un’attitudine che sa mescolare sia punk che prog: crediamo che questa sia un’evoluzione davvero interessante. Noi vogliamo indagarla e per questo abbiamo chiamato sia chi l’ha sviluppata alla grande in tempi non sospetti, sia chi è in grado di saperla rendere perfettamente contemporanea, con lo sguardo rivolto verso il futuro. Poi chiaro, un certo tipo di musica e cultura black resterà sempre per noi una stella polare: la bellissima serata con Theo Parrish a Torino, che è stata resa possibile proprio grazie alla collaborazione con Molinari, resterà negli annali per noi e, credo, per tutti quelli che c’erano”.