Pioniere, innovatore, autore di momenti di pura bellezza sonora. Il profilo del tedesco Manuel Göttsching è uno dei più unici della musica dei nostri giorni e unisce in una sola figura rock ed elettronica, chitarra elettrica e sintetizzatori, la scena kraut degli anni ’70 e gli sviluppi della dance tra techno e house tra ’80 e ’90. La sua storia racconta di uno snodo tanto straordinario quanto inaspettato, un momento di svolta che passa da un’incisione che non sarebbe neanche dovuta essere pubblicata ma che oltre la volontà dell’autore diventa uno dei grandi classici di tutti i tempi, un’opera capace di trascendere ogni classificazione e genere. Quella di Göttsching è una parabola che ha inizio nella Germania degli anni ’60, lui uno dei ragazzi di una generazione che vuole lasciarsi alle spalle l’orrore di una storia, il nazismo, che era tristemente diventato Storia della nazione, colpa dei padri, e allora l’unica soluzione era guardare al futuro e alle sue possibilità, spingendo l’acceleratore verso i cieli dell’utopia e dell’arte, nello specifico creare un nuovo mondo in musica. Sono tanti i musicisti che in questo contesto fanno la rivoluzione, sperimentando con il rock ma staccando dalle radici blues americane, mettendo a punto una personale forma di psichedelia, contaminando i propri materiali con l’elettronica, la ripetitività, il senso dello spazio. È il proliferare di diverse individualità artistiche che saranno via via rubricate nel filone dei “corrieri cosmici” e nel grande mare del kraut rock, di fatto rimanendo tante e troppo peculiari esperienze sonore da essere ghettizzate da qualsivoglia etichetta.

Manuel fin da bambino capisce che vuole suonare, prima massacra un po’ il piano di casa e poi si disciplina studiando chitarra classica. Con l’amico Hartmut Enke crea la prima band, The Bomb Proofs, fanno cover, lui vorrebbe suonare la batteria ma finisce a cantare, poi si stancano e lanciano un secondo gruppo, Bad Joe, dove creano il loro primo materiale, roba sperimentale che li mette in contatto con il compositore svizzero Thomas Kessler, con il quale imparano a improvvisare, entrando in contatto nel suo Beat Studio berlinese con alcune band della nuova onda germanica, dai Tangerine Dream agli Agitation Free. Dai primi si sta staccando il batterista, Klaus Schultze, che raggiunge i due, il trio inaugurando gli Ash Ra Tempel, che in breve diventeranno una delle band più rappresentative della nuova sensibilità sonora tedesca insieme a Can, Kraftwerk, Faust, Neu!, Cluster. Il primo disco, omonimo, esce nel ’71. Due pezzi, uno per lato, ognuno sulla ventina di minuti circa, Göttsching voce (poca), chitarra ed elettronica, Klaus Schulze batteria, percussioni, elettronica e Hartmut Enke al basso. Tutta roba da buona la prima, ultraviscerale, senza sovraincisioni, registrata in studio da Conny Plank (che diventerà il deus ex machina dietro decine e decine di produzioni tedesche), in uno spettro di intuizioni che oscilla tra residui di ipnotico hard-blues e lamenti cosmici, pulsazioni ritmiche ancestrali e masse di oscurità. È l’urlo primordiale del rock in una memorabile autocastrazione, il rock come fenomeno maschile che si erge nello spazio e collassa, Göttsching che, con le sue corde chitarristiche inquiete e sensibili, guardinghe e ad un tratto fiammeggianti, sembra un guerriero che per nobilitare il senso della sua battaglia sceglie il sacrificio e si immola in un blackout elettrico. Dal secondo album, “Shwingungen”, ’72, Klaus Schulze lascia per inaugurare la carriera solista che lo consacrerà come un eroe del sintetizzatore e un baluardo della digressione cosmica, e la line-up attorno a Göttsching si estende e varia in una serie di altri lavori come “Seven Up”, ’73, insieme all’LSD guru americano Timothy Leary, “Join Inn”, sempre ’73, dove c’è l’ultimo contributo di Schulze con un intervento ormai esterno e dove compare nella lunga e fluttuante Jenseits Rosi Muller, la fidanzata di Manuel, che entra a fare uno spoken tipo audio-guida al trip lisergico, una cosa tipo, tradotto dal tedesco, “la strada è lunga…andiamo verso l’acqua…madre…non è meraviglioso?…vi amo”.

In due anni Manuel Göttsching si è imposto come un nuovo sciamano rock e una delle figure centrali della scena tedesca, ma per lui arriva il momento di aprire una nuova fase, varcando da solo il mare aperto alla ricerca di nuovi confini da superare. Perché questo avvenga trasforma Ash Ra Tempel in un progetto solista e ancora nel ’73 fa in tempo a pubblicare un nuovo album che inaugura questo viaggio. “Starring Rosi” è un gioco a due con la Muller introdotta in “Join Inn”, lei ritratta in copertina al massimo della sua grazia apollinea, il disco, Harald Grosskopf alla batteria e Dieter Dierks a basso e percussioni in una traccia, per il resto interamente suonato da Manuel, con Rosi voce, arpa e piedi nudi, è uno stacco epocale nella dinamica göttschinghiana, un lavoro dotato di una sensibilità femminile, emotivo, leggero, sensuale, ma anche cosmetico e vanitoso, con la sintesi rock di casa che si apre in giocose stanze psichedeliche, tra plastici echi cosmici, soffici motorik, segnaletiche pop, acquatiche ipotesi exotiche, qualche influsso di Santana nella chitarra. Lo Studio Roma di Berlino dove Göttsching crea è il luogo del delitto e ora del ’75 arriva nelle fiamme il sorprendente “Inventions For Electric Guitars”, il discorso interamente portato a sé. Manuel è suggestionato dall’uso del delay fatto da Terry Riley per l’organo e vuole fare la stessa cosa per la chitarra, ponendosi delle strutture, di durata e di atmosfera, dentro le quali improvvisa. Tre pezzi. I 17:45 di Echo Waves, uno sciame di corde elettriche che rimbalzano in eco formando uno squadrone di stille psichiche, un wall of sound di puntuti minimalismi, l’immagine della chitarra e quella del banco di produzione che si fondono in questa colata lavica di scintillante in & out insidiato nei tre minuti finali da una serpeggiante lingua rock. E poi i toni ambient-pastorali di Quasarsphere e ad occupare il lato B i 21:36 di Pluralis, un montante incastro di chitarre “In C” style drappeggiato di spirali gotiche.

L’influenza di maestri del minimalismo come Terry Riley e Steve Reich diventerà da qui cosa viva a livello strutturale ma in un disegno sempre personalissimo e ogni volta differente, come dimostra nel ’76 “New Age Of Earth”, titolo che quando la new age diventerà un mercatino di suoni vacui Manuel ripudierà o meglio circostanzierà, spiegando che appunto era il ’76 e lui non c’entrava né c’entra nulla con quella roba, puntualizzazione non necessaria da che il disco è un altro classico della sua discografia, con l’elettronica che diventa la cifra dominante ma la chitarra, pur insinuata nelle trame, a rimanere più che un compendio, piuttosto la mentalità che muove tutto. Il pezzo d’apertura del disco, Sun Rain, un satellite di oscillanti tastieraggi direzionali e spleen-strings sopra un nucleo appena accennato di scansioni percussive e bassi motor, diventerà un classico del catalogo göttschinghiano e il gioco minimalistico di tastiera così ritmico e centrato in uno spazio ispirerà non poco Moritz Von Oswald, il quale, insieme a Thomas Fehlmann, la campionerà, privata dei fraseggi melodici, in un pezzo del ’95, Schizophrenia. E tra romanticismi fluorescenti, rondò emozionali, vertigini siderali, e qualche affilato graffio rock da nuova onda si muoveranno i successivi, eccellenti “Dream & Desire”, registrato tra maggio e giugno del ’77 ma pubblicato solo nel ’91, “Blackouts”, ’78, “Correlations”, ’79, “Belle Alliance”, ’80.

E proprio negli ’80, in un periodo in cui tutto cambia, dalla musica all’estetica alla società, un Göttsching più che mai esplorativo ma un filo guardingo, conosce una imprevista consacrazione. Imprevista da lui in primis, artista vero e viscerale che ha sempre agito senza calcoli, e poi per le modalità in cui tutto avviene. E tutto avviene nel 1981. Prima ci sono due cose laterali ma preparatorie a guardarle da un punto di vista squisitamente cromatico. Il 10 pollici Die Dominas del progetto omonimo, su Fabrik, numero di catalogo Best.-No. 666, dove nei crediti l’uomo si firma M. Domina e nel ruolo delle dominatrici dotate di microfono ci sono Rosi e la stilista Claudia Skoda, una protagonista dell’underground berlinese, rispettivamente anche ad organo e synth, nella copertina gialla realizzata da Ralf Hutter e Karl Bartos (!) le nere sagome di due frustatrici stilizzate new-wave. Sul lato A I Bin A Domina, 17 minuti di incessante reticolato percussivo su drum-machines e gommatura motorik dove si intrecciano gli autoritari deutsche spoken del duo femminile, cadendo sulla scena occasionali sciabordii sintetici come fruste e fraseggi atmosferico-minimali delle tastiere, in coda abbassamenti di pitch sulla voce. Nel ’93 Moritz Von Oswald e Mark Ernestus prendono il taglio vocale “domina” finale per Domina a nome Maurizio, remixata da Carl Craig, due pezzi capolavoro, ma è un’altra storia. Sul lato B del 10” Herr Ralfi Und Herr Karl tributa in meno di tre minuti i kraftwerkiani autori della copertina sulla ripresa del tema e toni hageniani su un mood che sembra qualcosa come “Ralfetto e Karl ora vi facciamo male” che i due avranno senz’altro gradito, e Die Wespendomina fa invece un’anticipazione Basic Channel vera, uno spiritato dubby off-beat ultradeep con tastiere sull’oscillante-minimale.

Dopo la produzione di “Die Dominas” Manuel partecipa a “Tonwelle” di Richard Wahnfried, l’alias wagneriano di Klaus Schulze (Wahnfried era il nome che Wagner aveva dato alla sua dimora) per escursioni più ritmiche e contaminate. Il disco viene pubblicato alla velocità sbagliata e la ristampa doppia del 2012, uscita come “Richard Wahnfried’s Tonwelle” a nome Klaus Schulze, ripristinerà quella corretta affiancandogli quella errata dell’originale, ma suonando incredibilmente entrambe sbagliate, e comunque il lavoro, al netto degli sbarellamenti, è uno spettrale tour tribale (Mike Shrieve della band di Santana alle percussioni) in due tracce più o meno (a seconda delle versioni) di venti minuti, Schwung e Druck, con voci cadenti e vivide screziature elettriche di un Göttsching automatico e allo stesso tempo parecchio graffiante ed espressivo, calato come in una trance, le antenne collegate a questa enigmatica nuova fase che sta vivendo.

Ma, ecco, questo strano ’81 carico di strani segnali, arriva al 12 dicembre. Il 13 Manuel deve farsi un’ora di volo di aereo per andare a fare un live con Schulze, e la sera prima entra in studio con uno scarno canovaccio: vuole incidere una jam al volo da sentirsi nel Walkman in aereo. Quell’oretta di musica lui non la metterà a fuoco sulle prime, la riterrà un esercizio, particolare, ma un esercizio, e si dimenticherà anche la genesi precisa, tanto che nelle note della stampa del trentennale dirà di aver inciso la sessione al ritorno dal live e non il giorno prima. Sarà Schulze che intercettatola martellerà di brutto Manuel: “la devi pubblicare”. Questo succede solo nell’84, primo disco ufficialmente a suo nome nonostante un percorso di fatto da tempo solista. “E2-E4”, dalla mossa di apertura degli scacchi, scacchiera beige marrone in copertina, ha un riscontro tiepido dalla solita critica sdraiata che non è mai riuscita a capire Göttsching oltre i primi Ash Ra Tempel, ma, a insaputa dell’autore, esplode progressivamente nella scena dei club. In modo apparentemente inspiegabile DJ neri come Larry Levan al Paradise Garage di New York ne suonano stralci a fianco a pezzi dance. La faccenda culminerà nello scabrosamente geniale cut-up operato in Italia nell’89 dai tipi di Sueno Latino per l’omonima traccia vocalizzata in cheap erotica da Caroline Damas, con Göttsching che inizia a capire l’entità della cosa, prendere in mano la situazione, sistemare i diritti per Sueno, che viene ristampato e poi remixato, e lui partecipa con divina chitarra all’italiana a una nuova Winter Mix, e da lì sarà come un cane da guardia che cerca di azzannare un plotone agguerrito di campionatori, ed è difficile fermare l’oceano con un bicchiere, tra le decine e decine di cut-up usciti dai primi ’90 in avanti citiamo i più degni di nota, da It’s Paradise di Ellis D, ovvero il primo Junior Vasquez, a Remake di Paperclip People, ovvero Carl Craig, passando per Sueno Plutino di Pluto e D2-D4 di DJ Duke. Ma oltre il cortocircuito stilistico, “E2-E4” è un capolavoro assoluto. La tastiera che su due accordi due si materializza dal buio nel fade in di 58:38 dopo i quali nulla sarà più lo stesso è come l’alba della vita, un percorso via via screziato in un orgasmico crescendo minimalistico da spastici aquabeats latini, baluginii di stelle, un motorizzato che dà portamento, a 110 battute al minuto. È la trance più gentile che si possa immaginare, e la tavola è solcata da fraseggi celestiali, amore e psiche, tutto un movimento orizzontale che sprofonda altezze, come il mare, come l’immagine terrena di Dio. E lampeggia, come l’alba della vita, e questo sentimento oceanico stranisce per come è a portata di mano, per come è qui ora, tangibile, davanti agli occhi, una compartecipazione di livelli millimetrica, l’eleganza della trascendenza, il parametro come argine di vera risonanza spirituale. A metà tour, in una angelica ferocia di ostinati, spunta la chitarra che fa degli adombramenti flamenco, e tutto sale e scende fino all’apoteosi in una compartecipazione spontanea, nel rigore di questa magmatica geometria celeste, questa isteria di luci salvifica, questa lavatrice neuronale che è sciabordio d’anima, serenata di pace. Sull’influenza di “E2-E4” per quello che sarà l’house e la techno basti dire che oltre ad essere il pezzo insieme più ipnotico e sensuale di tutti i tempi, è la definitiva lezione di minimalismo, l’armonia tra la reiterazione delle parti è quasi inspiegabile tanto è perfetta e tanto va in profondità, sorta di eterno astro di riferimento/ammutinamento/accordo tra generi.

“E2-E4” è un’onda i cui effetti si propagheranno per sempre, e in questo stravolgimento Manuel arriva con un tardivo ma ficcante sapore post coitum con i due album successivi. Il primo, che esce nell’89 a nome Ashra, è un lavoro che nasce su commissione, “Walkin’ The Desert”, Manuel chitarra e tastiere, Lutz Ulbrich pure, adattamento di studio di un live per il Planetarium di Berlino nell’occasione di E88, festival che nell’88 celebra Berlino come città culturale europea. Cinque pezzi, quattro movimenti e un finale, spurgati degli spoken usati per il live, un disco ultradidascalico ma illuminante per fotografare i passi dell’artista a fine ’80, che nelle note rimarca come la musica non debba essere “interpretazione o descrizione” ma “stimolo”. E poi “Tropical Heat”, ’91, un Göttsching divinamente esotico-salottiero in perfetto post climax da “E2-E4”, spalleggiato dai fidi Lutz Ulbrich e Harald Grosskopf, in un lavoro di squisite eleganza e sensualità, domestico, sui toni del rosso e qualche grigio acceso come da copertina, un suono elettronico caldo e stilizzato di astrazioni caraibiche, un lavoro che è il suo miglior segreto. E poi Manuel lascia che sia. Negli ultimi venti anni si occupa principalmente dei suoi archivi, pubblicando materiale vecchio inedito o live nuovi che testimoniano una serrata attività di gestione di quello che è diventato un vero e proprio patrimonio artistico, veicolato attraverso il sito www.ashra.com. E una mitologia, tanto da essere inserito nel museo delle cere rock di Tokyo, dove ci sono sagome e stanze e riproduzioni di tutti i tipi. Vigila come si diceva sui tanti campionamenti di “E2-E4” ma è aperto alla musica dance ed elettronica, collabora per esempio coi Terranova, vedi Tokyo Tower del ’97, o con il nostro Santos, nella splendida Intimate del 2001.

Ma poi pubblica tanti album preziosi. Tra i ripescaggi i sei volumi dei “The Private Tapes” pubblicati nel 1996 in edizione limitata e presto ricercatissimi, tra i live invece una serie di giapponesi, “@shra”, 1998, e “@shra Vol. 2”, 2002, pubblicati poi in doppio CD nel 2008, e il “Live At Mount Fuji” del 2007, tre dischi dove il materiale classico göttschinghiano rivive in esecuzioni elettroniche post-techno, poi due live di “E2-E4”, uno del 2005, una resa di 20 minuti su CD singolo fatta nel marzo dello stesso anno al Rosa-Luxemburg-Platz di Berlino con il Zeitkratzer ensemble, loro – gli stessi che hanno fatto una resa live di “Metal Machine Music” con Lou Reed – a suonare orchestralmente il tema e Manuel alla chitarra, e l’altro da solo del 2009, registrato nell’agosto del 2006 al Metamorphose Open-Air Festival in Giappone, con versione DVD inclusa: vedere l’uomo che suona la base dal computer e seduto aspetta di contrappuntare con la chitarra non è esaltante, neanche audio quindi ha tanto senso la resa live solista, intriga poco di più quella zeitkratzerata. “E2-E4” è creatura di interni, lavoro di studio, e volesse assemblare una bella interpretazione di “E2-E4” Göttsching dovrebbe mettere insieme i migliori cut-up house usciti, alcuni come dicevamo davvero ispirati. Del 2005 invece “Concert For Murnau”, score per un film del 1921 del regista, “The Haunted Castle”, commissionato dal festival cinematografico Braunschweig, in parte temi orchestrali, in parte elettronici. La vicinanza con il cinema è forte da che Manuel ora è sposato con la regista Ilona Ziok, appassionata nel spalleggiarlo anche nella gestione discografica-artistica, e insieme hanno la società di produzione CV Films, e lui fa anche tante colonne sonore finora non pubblicate, e lei sta lavorando a un documentario sul primo periodo Ash Ra Tempel con centro narrativo nel meeting con Timothy Leary, e anche sul fronte videomusicale i due sono attivi, con la recente pubblicazione DVD del “Correlations Concert” del 2012 alla ufaFabrik, e altre in arrivo. Manuel Göttsching oggi è quel corpo in trasformazione che ha saputo essere. La sua arte a dirci che la vita è una scacchiera di sogno e desiderio.