Creare un capolavoro sacrificando se stessi: vent'anni fa usciva un disco controverso - e meraviglioso

Ma tu, te lo ricordi il futuro? Siamo circondati dal presente, anzi, dall’iper-presente: sempre connessi, sempre sul pezzo, sempre informati, sempre indignati, sempre attenti alle mode e alle tendenze… ecco, attenzione, qui sta la fregatura: le mode e le tendenze. Loro. Sono loro a darci l’illusione di avere lo sguardo rivolto verso il futuro: “Voglio capire la realtà, voglio cavalcarla, voglio indovinare cosa sarà popolare domani prima che ci riesca tu, perché sono più smart di te”. Invece no. Siamo solo dei voraci consumatori di presente. Sapete cosa? L’illusione di una profondità storica, nella nostra visuale, è data dal continuo citare e riciclare stili epoche ere storie già esistenti: pensateci, in quale altro periodo storico nell’ultimo secolo (ma anche oltre) c’era così tanta consapevolezza ed attenzione nel citare, nel fare rimandi, nel riprendere gli aspetti iconici dei decenni passati ed usarli come accessorio alla moda (o scusa per la propria insoddisfazione) più che come necessità esistenziale/etica/estetica? Risposta: in nessuno. Siamo invasi dal presente. E la nostra fuga o difesa è pensare di poter (ri)usare il passato. Il futuro invece, il futuro vero, ci fa paura. Non c’è. E’ scomparso. Pochi hanno il coraggio di immaginarlo. Pochissimi hanno il coraggio di viverlo. Li capiamo. Perché il futuro può anche fare male. Il futuro è difficile. Il futuro è camminare senza rete su un filo, sperando che tutto vada bene.

E non sempre le cose vanno bene.

La musica italiana ha avuto, vent’anni fa, il suo disco del futuro. Infatti, le cose sono andate malissimo.

Riascoltatelo oggi, “CRX”, anno d’uscita 1997: impressiona. Spaventa. Atterrisce. Riascoltatelo soprattutto se vent’anni fa c’eravate, quando usciva, e veniva salutato da grandi complimenti della critica specializzata (ma quanto conta la critica specializzata, dall’avvento dei mass media, per influenzare i gusti del pubblico?) ma anche da una sostanziale freddezza dei fan più o meno storici della band e della gente in generale. Ma un po’ tutti, in generale, dicevamo che “Sì, è un disco incredibile, visionario, un capolavoro!” ma poi, girate le spalle, riponevamo su un ripiano il vinile o il cd o la musicassetta di “CRX” pensando fra noi “Questo me lo ascolterò in un altro momento, ora non ho voglia…”: ammettiamocelo. Eravamo affascinati dall’idea che una band dall’origine al cento per cento undeground e “di strada” come i Casino Royale potesse ambire ai salotti buoni del pop più raffinato ed innovativo (e stava accadendo); eravamo affascinati che “CRX” guardasse così dichiaratamente a Londra – il disco fu in parte lavorato lì, tra l’altro – ovvero una città che in quegli anni era il centro dell’universo e dell’immaginario contemporaneo più avanzato a visionario, scettro poi ceduto con l’arrivo del nuovo millennio a Berlino (ed in effetti Londra e il suo spirito di quei tempi fu per “CRX” un’influenza vera, non da cartolina); eravamo tutto questo, sì. Ma il vero tradimento a “CRX” l’abbiamo fatto noi, che c’eravamo, che ne parlavamo bene. Perché non l’abbiamo mai capito. E non l’abbiamo capito perché ci ha sempre fatto troppa paura: tipo, la paura che ti arriva dall’essere messo a contatto con degli artisti che decidono di lasciar perdere il presente per gettarsi a corpo morto nel futuro, senza la paura di sfigurarsi nel farlo.

Si sfigurarono i Casino Royale in “CRX”, oh se si sfigurarono. Non erano (ovviamente) la band ska degli esordi; non erano il rock crossover esplosivo e geniale di “Dainamaita”, primi anni ‘90; non erano il pop / trip hop “blu” di “Sempre più vicini” (il disco più amato da chi non ha mai capito i Casino Royale sino in fondo; peraltro, un disco bellissimo, a modo suo assolutamente perfetto ed inarrivabile, capace come raramente è successo in Italia di unire melodia, innovazione, testi generazionali). “CRX” ha preso la storia della band e l’ha schiacciata sotto il maglio impietoso di una pressa. Il suono si è asciugato, ha reciso ogni calore e anche quando flirtava con le soluzioni sonore di moda all’epoca, beh, lo faceva con una grana strana, inquietante, velenosa. Un piglio che ha pervaso a trecentosessanta gradi il progetto (come ad esempio nei video girato dal compianto Claudio Sinatti, uno dei più grandi artisti visuali italiani degli ultimi decenni). Un piglio che ha avvelenato i pozzi, anche quelli che potenzialmente potevano essere fruttiferi: perché il 1997 non era un cattivo momento per essere “moderni” e per guardare al futuro, anzi. Molte gerarchie nella musica italiana si stavano rovesciando in quella fase storica: “Tabula Rasa Elettrificata” dei C.S.I. (gli ex CCCP di Giovanni Lindo Ferretti e soci) andava al primo posto delle classifiche di vendita di casa nostra, in queste stesse classifiche se la giocavano bene gruppi venuti fuori dalla galassia techno/rave come Prodigy, Chemical Brothers, Underworld lottando da pari a pari coi prodotti pre-confezionati dalle major e dalle televisioni, raggiungeva il massimo della popolarità la prima ondata storica dell’hip hop italiano, nascevano i Bluvertigo e soprattutto i Subsonica, MTV aveva una programmazione coraggiosa. Insomma, le condizioni per fare qualcosa di coraggioso erano quelle giuste.

Ma i Casino Royale esagerarono. Invece di guardare al presente, con “CRX” vollero guardare al futuro. Al costo, appunto, di snaturare se stessi così com’erano stati fino ad allora. Perché il futuro non fa sconti: se vuoi sfidarlo davvero, non puoi tenere un piede o di là o di qua, zero. Affascinati da questa sfida, i componenti della band milanese (chi in modo più convinto, chi più dubbioso) abbandonarono ogni prudenza e ogni calcolo facendosi guidare puramente dall’istinto e dall’Idea con la “i” maiuscola. Un po’ quello che fecero, qualche anno dopo e su scala mondiale, i Radiohead con “Kid A”: solo che Thom Yorke e soci ressero l’impatto, i Casino Royale andarono invece in mille pezzi. Ci fu un tentativo apparente di spingere ancora di più nella direzione “futurista” con Royalize, la mutazione drum’n’bass del progetto Casino Royale, ma in realtà era solo tentare di aggrapparsi alla moda più ganza del momento nel contesto della musica elettronica; e ci fu dall’altro lato la diaspora, con Giuliano Palma – l’anima melodica dei CR – che salpa per altri lidi e abbandona la ciurma.

Poi, appunto, ci furono i conti. Magri. Tragici. “CRX” aveva su di sé tante aspettative, anche economiche, quindi la sua lavorazione fu contrassegnata da pochi limiti di budget per essere il disco che era – cioè per nulla furbo ed accomodante. Le vendite però furono tiepide, la risposta del pubblico durante il tour (un tour ambiziosissimo, con tanto di date fissate nei palasport) fu gelida. Perché sì, lo dicevamo più sopra: anche chi era davvero affezionato o anche solo interessato alla band, messo di fronte ad una svolta di questo genere – così radicale e profonda – ebbe paura. Col risultato che non solo le presenze ai loro concerti non aumentarono, diminuirono proprio (con momenti di imbarazzo vero, tipo una data al palasport di Ravenna di fronte a un pugno di persone). Fu una lunga e costante corsa verso il precipizio, senza venisse ammesso in pubblico – perché in fin dei conti eri comunque orgoglioso e convinto della scelta che avevi fatto, non l’avresti rinnegata mai.

Non c’era ragione di farlo, infatti. Vent’anni dopo, “CRX” suona attuale, geniale, visionario; è il disco italiano degli ultimi trent’anni che meglio ha retto il test del tempo. Ciò che all’epoca era stridente o afasico oggi è attualissimo, le melodie che prima sembravano troppo nascoste o sacrificate oggi suonano collocate al posto giusto, le scelte di mixaggio che nel 1997 parevano cervellotiche e presuntuose oggi suonano raffinatissime ed intelligenti. Ascoltare la reissue dell’album uscita per questo ventesimo anniversario è significativo: questa uscita speciale è arricchita da remix anche di ottima fattura (quello di Ralf, quello di Demonology Hi-Fi, quello degli Opus 3000, quello di Fabrizio Mammarella, quello di Mass Prod: lavori notevolissimi), ma gli originali – quelli incisi venti anni fa – non sfigurano, anzi; soprattutto, paiono perfettamente coevi. Sembrano fatti ora. Attuali come un lavoro di Kanye West o Frank Ocean, attuali come quasi nessun lavoro italiano oggi.

Il tempo è galantuomo, sì, ma mai del tutto. Nessuno restituirà ai Casino Royale il salto definitivo nella stardom che quel periodo storico pareva promettergli ma che invece si risolse nel suo contrario. Ok. Ma oggi è un dovere morale ripuntare i riflettori su un progetto artistico che, almeno in musica, ci fece puntare gli occhi sul futuro. E ci fece capire che puntare gli occhi sul futuro significa fare le cose sul serio, mettersi in gioco sul serio.

Il futuro non è sempre un posto comodo. Il futuro è un’isola: ci arrivi veramente solo dopo traversate ansiose e dolorose.

Ma chi vive solo al presente e cerca al massimo di farsi vedere creativo riciclando il passato, è destinato ad un lungo ed inesorabile declino. Vale nell’arte, ma non solo nell’arte: vale nella società, nell’economia, nelle scelte politiche, nei diritti civili. La storia parla chiaro, pensateci.

Ecco perché dobbiamo essere grati, sempre!, verso chiunque sia in grado di ricordarci com’è il futuro. Fosse anche solo con un disco, fosse anche solo con undici bellissime, spigolose, ostiche tracce.